La costruzione della chiesa, nota anche come Santuario di Monteoliveto, iniziata nel 1686 dalla Compagnia di Gesù, fu ultimata nel 1729.

Con la soppressione dei gesuiti decisa da Papa Clemente XIV nel 1773, il complesso fu affidato ai monaci benedettini olivetani che, però, furono costretti ad abbandonarlo dopo la confisca decretata da Gioacchino Murat nel 1813 per destinarlo ad alloggio degli ufficiali napoleonici.
Dopo un lungo periodo di destinazioni varie, con il ritorno dei gesuiti nel 1924, la chiesa fu riaffidata ai Padri e nel 1936 intitolata alla Madonna della Salute e dichiarata Santuario Mariano.

Nei primi anni ’90, quando i gesuiti lasciarono nuovamente Taranto, iniziarono i primi lavori di consolidamento e restauro che, dopo fasi alterne, sono terminati nel novembre 2018.
La facciata, scandita da lesene ioniche nel primo ordine, corinzie nel secondo con due pinnacoli laterali, ha il portale con frontone interrotto dallo stemma dell’ordine domenicano.
L’interno, illuminato da quattro finestroni con vetrate policrome, è a croce greca con cinque altari. La grande cupola, sostenuta da quattro arcate che poggiano su possenti pilastri all’incrocio tra navata e transetto, è affrescata a cielo stellato.
L’altare maggiore in marmi policromi, posizionato nel 1752, ha una pala costituita da un altorilievo in bronzo dei primi del ‘900 con angeli che sostengono l’icona della Madonna della Salute.
Il dipinto, opera seicentesca del leccese Antonio Verrio, è una copia realizzata ad olio su tela della celebre icona bizantina della Salus Populi Romani, venerata nella Basilica romana di S. Maria Maggiore, in cui la Vergine stringe nella mano sinistra, che regge il Bambino Gesù, un fazzoletto simbolo della prontezza a consolare e confortare gli infermi.

Da una recensione di Giacomo Resta