Alla riscoperta dei canti di Saverio Nasole con i “Tarantinidion”

Fra canti ottocenteschi e quelli ricostruiti con strofe cinquecentesche, ecco spuntare le canzoni di Saverio Nasole. Nelle esibizioni o negli spettacoli itineranti nei vicoli del centro storico del gruppo musicale e di ricerca storica della tradizione musicale tarantina “Tarantinìdion” figurano anche i brani di questo rinomato cultore della tarantinità, che con il gruppo folcloristico “Armonie dei Due Mari” ha cantato in tutt’Italia le bellezze della nostra città. Quei ritmi fanno ancora cantare in coro quanti assistono alle esibizioni dei ‘Tarantinidion’, proprio come avveniva nelle piazze negli anni sessanta. Spiega Cinzia Pizzo, cantante del gruppo: “Gli arrangiamenti musicali originali possono sembrare un po’ ridondanti, talvolta addirittura kitstch. Ma i versi mostrano l’anima di un uomo profondamente innamorato della propria terra, come per esempio in ‘Tarde Ta’, modulata sulla voce di Antonietta Nasole, la moglie di Saverio, dove Taranto viene descritta come  ‘… ‘nu fiore nate ‘mmienz’u mare’ con ‘… le nave atturne atturne appezzecate, ‘na conghe e Mmare Picce ‘nghirlandate’”.

“Le nostre rivisitazioni– interviene il chitarrista Antonello Cafagna – fanno acquisire a quei brani una nuova bellezza grazie agli adattamenti in chiave essenziale ed acustica per voce, chitarra, tamburello, castagnette e fisarmonica e con semplici e sobri arrangiamenti che fanno risaltare la poesia dei versi. Così accade anche per “Quanne ballave tu”, che vinse il ‘Campanile d’oro’, ‘Cuzzarule tarantine’, ‘Na cozze cu’ lemone’ e altre canzoni ancora”.

Il pubblico gradisce molto e tanti sono i tarantini che hanno potuto riscoprire il talento di questo autore. Dice Cinzia: “Non manca chi, durante i nostri spettacoli, si avvicina a noi e con gli occhi lucidi per la commozione ci riferisce d’aver fatto parte di ‘Armonie dei due mari’ e di aver cantato quelle canzoni”.

Nella riscoperta di Saverio Nasole c’è anche spazio per la ‘pizzica’ tarantina, con “Taranta sbruvegnate” (“Addò t’a pezzecate, Maria mejia….Tarantella, tarantella lariulà!”) . “La nostra pizzica è differente, almeno nei passi, rispetto a quella salentina, come ci hanno fatto vedere alcune donne di una certa età che l’hanno danzata davanti a noi – dice Cinzia Pizzo – In questo discorso non nutriamo certamente ambizioni nel discorso della primogenitura del nostro territorio e, tantomeno, siamo in competizione con il Salento.  Ma Taranto ha certamente il diritto dire la sua in merito”. Rilevante spazio in questa ricerca hanno assunto canti e balli della pizzica tarantina, ripresi da un opuscolo realizzato da Emilio Lovarini, insegnante dal liceo Archita, rinvenuto in biblioteca, dal titolo “Miscellanea Nunziale – Rossi Teiss”, del 25 settembre 1897. Il docente, fra l’altro, incaricò i suoi studenti di una ricerca sulle tradizioni e usi e costumi del popolo tarantino;  in questo si distinse il giovane Vincenzo Tursi, che realizzò un’approfondita documentazione racchiusa nel “Fondo Tursi”, custodita nella biblioteca Acclavio e misteriosamente sparita  nel trasloco dal palazzo del governo alla nuova sede della Beni Stabili. Per fortuna i risultati di questa ricerca non furono vanificati grazie agli appunti del prof. Antonio Basile, direttore del museo etnografico “Majorano”, riportati nel suo libro “Taranto Taranta Tarantismo”. E così altri brani hanno ulteriormente impreziosito il repertorio dei ‘Tarantinidion’.

di Angelo Diofano

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